generale
Costruire un ambiente materno
07/03/2014
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I bambini suscitano una grande tempesta emotiva. E più sono piccoli più, per loro natura, i cuccioli sviluppano dentro di noi una risposta profonda e atavica di attaccamento.
Il cucciolo d’uomo ha questa capacità di sollecitare la relazione proprio perché la sua sopravvivenza psichica, oltre che quella fisica, è data dal fatto che qualcuno riesca a raccogliere, accogliere e organizzare i suoi bisogni.
Possiamo dunque pensare come necessità primaria di ogni bambino che qualcuno lo riesca a pensare.
Il dono che possiamo dare ai nostri piccoli utenti, soprattutto a quelli più sofferenti e maggiormente svantaggiati, cioè a quei bambini che già nascono in un luogo non molto bello dove la cicogna è andata casualmente a depositarli, e non hanno né colpe né meriti di essere nati lì invece che altrove, è tenerli in mente.
E questo è importante perché il gioco del destino che li ha fatti nascere in un posto dove già la partenza della loro vita ha delle difficoltà non divenga davvero una penalizzazione insormontabile.
A maggior disagio deve allora corrispondere maggior capacità di averli in mente.
E’ necessario contenerli organizzando quel pensiero emotivo che rischia sempre di dare delle risposte “di pancia” e quindi poco elaborate.
E’ cruciale collocarli in un posto mentale attraverso una autoriflessione, una elaborazione condivisa, un’analisi continua dei fatti.
E’ la nostra capacità di contenere lo stato emotivo (che delle volte è l’identificazione totale con il bambino, delle volte è l’identificazione con la mamma, delle volte l’identificazione con la coppia genitoriale, altre volte ancora con il sistema parentale) che ci fa poi agire in modo sensato.
Se prima di fare un’azione pensiamo mettiamo i bambini con le loro famiglie in una situazione di protezione.
Se non sostiamo sugli elementi in nostro possesso scarichiamo l’nsia con delle azioni.
Magari ci arrabbiamo. Decidiamo allora delle separazioni o degli allontanamenti non pensati.
Agiamo dunque quando non reggiamo emotivamente la relazione che unisce una famiglia fragile con il suo bambino sofferente.

Ci è chiesto dunque di svolgere la funzione di una madre amorevole. Una mamma che è capace di dare nome ai sommovimenti emotivi del figlio, dell’infante (senza parola), del puer.
Certo la madre in primis. Ma anche l’ambiente relazionale allargato quindi anche i padri. Tutto il sistema familiare deve restituire nomi, significati, narrazioni, connessioni perché un bambino trovi una calda culla dove accoccolarsi.
Così deve fare la famiglia dei servizi.

Il passaggio fondamentale è tradurre i comportamenti in un pensiero simbolico per dare un senso a quello che sta avvenendo.
Il simbolico è quello che ci tiene lontane dal diabolico.
Il diabolico è non dare significato al nostro agire.
Anche la fatica che quotidianamente tutti voi e tutti noi facciamo diventa diabolica se non trova un senso, una direzione, un significato, un perché.
Per passare al simbolico siamo chiamati ad una delle funzioni fondamentali del pensiero, che è quella di tollerare la frustrazione.
E’ dall’assenza che nasce la parola, il pensiero, la creatività.
Anche questi incontri, e successivamente i lavori di gruppo, saranno dei grandi allenamenti alla tolleranza della frustrazione, che significa capacità di farsi carico della propria dose di sofferenza, perché non possiamo avere, fare, tenere, dirigere, imporre le cose che ci piacerebbero.
La tolleranza alla mancanza è dunque quell’elemento emotivo che permette di sviluppare il pensiero.
Se non sappiamo tollerare ciò che non c’è non possiamo dare vita alla creatività, alla progettualità, alla possibilità di trasmettere speranza.
Il contenitore con i suoi limiti permette di sviluppare il pensiero che sono i contenuti, ma i contenuti sono nuovi tanto quanto sappiamo tollerare il contenitore.
Delle volte il contenitore è duro, difficile, resistente. Forse come oggi lo sono i scossoni organizzativi, l’assenza di risorse, la fretta dei risultati, l’urgenza delle soluzioni, la paura di non essere adeguati, la solitudine operativa.
Abbiamo quindi tanti ostacoli che si frappongono nel dare vita a questa possibilità di rispondere ai bisogni di un bambino.
Io penso che anche gli operatori hanno un bisogno irrinunciabile. E lo individuo nella necessità di non sentirsi soli per poter pensare ad un progetto per un bambino infelice.
La collega stamattina ci ha parlato di co-genitorialità cioè del fatto che per svolgere delle funzioni genitoriali dobbiamo avere nella mente l’altro genitore, e solo se teniamo nella mente che quel figlio è il prodotto di questo concepimento, che poi sia stato breve, importante, sporadico, non ha nessuna importanza.
Il figlio è il prodotto di una relazione. E partendo da questo fatto biologico possiamo trasmettere ai figli il valore psichico della relazione.
E’ oggi veramente difficile tenere fermo il valore della coniugalità.
Ci viene da spostarci sul bambino, ci viene da spostarci sulla madre o l’ambiente familiare. La vera domanda è che tipo di relazione sta passando dentro alla mente di quel piccolino.
Ed ancora è necessario chiedersi cosa il bambino assorba dal punto di vista dei vincoli relazionali.
Non solo grazie al rapporto tra il genitore e il figlio, ma anche grazie al vincolo tra la madre e il padre e infine grazie ai legami del sistema familiare allargato.
Dobbiamo indagare di più l’asse intergenerazionale e transgenerazionale per capire l’eredità emotiva che ogni bambino riceve.
Se al piccino viene trasmesso l’esempio di legami sani tra le persone egli può sviluppare dei pensieri. Può quindi legare delle idee. Può legare delle situazioni. Ecco allora che se anche transita in più contesti è in grado di collegarli a livello emotivo. Rimane unico. Sente la continuità identitaria. Avverte di essere sempre lui.
Quindi la trasmissione della tenuta del vincolo rappresenta un fattore di resilienza alla sofferenza e un fattore preventivo al rischio evolutivo.
Gli operatori allora creano progetti che studiano i vincoli tra diverse collocazioni.
Legano situazioni e risorse diverse.
Connettono servizi e opportunità.
Lo fanno per poter trasmettere una continuità nello sviluppo del vincolo. Questo offre al bambino nei contesti dove è collocato la possibilità di introdurre nella sua mente il valore del legame che è la vera protezione alla sofferenza della vita.
Su questo abbiamo ampia responsabilità .
I bambini stanno nelle comunità, nelle famiglie affidatarie, sono seguiti dal sistema dei servizi.
Ciò che trasmettiamo è quindi anche il legame tra operatori che collaborano o configgono nell’occuparsi di lui.
Tutti i colleghi hanno competenza sui danni prodotti da un ambiente familiare che non è in grado di sostenerne la nascita psichica del figlio attraverso un’offerta gratuita della propria capacità emotiva ed intellettiva.
Potremmo dire che questi genitori, spesso, sono dei genitori molto bambini. Sono madri e padri troppo piccoli e troppo bisognosi.
La sofferenza del bambino esposto a genitori bambini è quindi importante. Mamme e papà puerili non sono in grado di assumere la responsabilità delle proprie azioni, la responsabilità verso l’altro, la responsabilità di come stanno le cose all’interno della situazione familiare.
Lo stato d’animo puerile può contagiare chi incontra queste famiglie.
L’essere esposti lungamente a famiglie puerili, immature, confuse, dove le funzioni adulte non sono così differenziate da quelle dei dei bambini, spesso, fa transitare questa illusoria speranza che il mondo possa girare attorno a sé, che è tipica del bambino, anche dentro agli adulti.
Questa illusione transita quindi anche all’interno dei sistemi operativi dei servizi.
Vediamo allora operatori che ritengono che l’altro dovrebbe fare quello che vogliono loro. Questo principio viene poi tradotto in vari modi.
Viene chiamato in causa il Tribunale che dovrebbe dare quel decreto in termini brevissimi, che dovrebbe decidere in conformità della proprie attese, che dovrebbe collaborare.
Viene accusato il collega delle neuropsichiatria che non vede il bambino, che non fa la diagnosi, che non dice se quel bambino sta soffrendo e quanto sta male in modo che io possa alleggerire la fatica della mia scelta.
Viene additato il collega dei consultori che non dice se questi genitori saranno recuperabili, e che quindi dovrebbe avere la bacchetta magica per sapere se un genitore sarà per sempre incapace o meno visto che non c’è una grande possibilità di prevederlo.
Perché un genitore può essere molto incompetente con un bambino piccolo, o molto competente con un bambino piccolo, ma può non essere in grado di sviluppare il processo di separazione visto che abbiamo detto che è un genitore un po’ puerile e quindi nel momento in cui bisogna permettere al bambino il distacco può essere incompetente.
Allora il bambino cresce a diverse età, a diversi ritmi, il genitore può crescere a diverse età e a diversi ritmi.
La previsione è difficile, per cui credo che dobbiamo uscire dall’idea che riusciamo a fare la cosa giusta. Non esiste la cosa sicuramente appropriata. Non possiamo sapere prima il futuro.
Esiste la possibilità di chiederci qual è la sofferenza che siamo in grado di accettare vedendo una bambino mal accudito, poco sostenuto, mal educato, fortemente ostaggio dei bisogni emotivi dei genitori, confuso…
C’è un momento in cui non la si può sopportare e allora si agisce.
Delle volte vorremmo poter agire giustamente, vorremmo che qualcun altro, valutando le competenze genitoriali, dicendoci i fattori di resilienza o di disagio del bambino, ci assicurasse che è la cosa adeguata quella che stiamo decidendo. Io penso che nessuno lo sa e, se crediamo che qualcuno lo sappia, poi siamo arrabbiati con quel qualcuno che non ce lo dice.
Così troviamo il colpevole e ci liberiamo dai nostri sensi di colpa.
Questo è un gioco estremamente perverso e pericoloso.
Così come tante volte, all’interno di queste strutture deficitarie, negligenti, confuse, il gioco della coppia è un gioco fatto di accuse. Sono colpe che delle volte gli operatori tendono ad assumere come realtà. Sono gli operatori che pensano e dicono: “Se non ci fosse quel marito lei…, se non ci fosse quella nonna… se non ci fosse quella nuova moglie…”
Conosciamo questo fenomeno con le donne maltrattate. Delle volte si ritiene che liberandole dei mariti possano recuperare competenze genitoriali. Ma non è vero. Il più delle volte perlomeno non è vero. E gli operatori lavorano tanto non ottenendo nessun risultato.
Un vincolo malato non permette un facile sgancio. Allora attenzione. Le coppie separate, e possiamo fare un decalogo di quante colpe si danno nella impossibilità di affrontare il lutto per la fine del loro patto coniugale, accusano e accusano. Quindi si attaccano per non slegarsi.
Il tema del senso di colpa nei progetti di aiuto rivolti ai bambini è centrale.
La colpa di quanto accade è sempre di qualcun altro.
Questa si chiama colpa persecutoria e serve ad evitare la colpa depressiva dovuta al fatto che non si riescano a proteggere fino in fondo, e quanto ci piacerebbe, questi bambini piccoli.
Piccolini che ogni giorno corriamo il rischio che perdano quel treno intellettivo, emotivo, affettivo, della sicurezza. E se lo perderanno ne porteranno le conseguenze. Conseguenze che non possiamo tante volte evitare perché non possiamo sempre corrispondere ai tempi del bambino, anche se lo dobbiamo tener presente, ma ci sono i tempi dei servizi, degli operatori, i tempi delle istituzioni, e quindi io credo che dobbiamo metterci un po’ tranquilli.
Tante cose non le possiamo fare.
Chi è portato in una casa con problemi da una cicogna un po’ malvagia, un fardello se lo porta appresso per sempre.
Abbiamo però una forte responsabilità nel non aumentare i danni, questo sì.
Non dobbiamo aumentare i disagi. Quindi non siamo chiamati a riparare tutto, ma nemmeno a non fare nulla.
Quando i giovani operatori mi dicono: “Dottoressa gli troviamo una bella famiglia…” cerco di non disilluderli repentinamente. Ma quella bella famiglia al posto di quella d’origine del bambino non esiste.
Anche se lo mettiamo in una bellissima famiglia affidataria il bambino si porterebbe dietro tutta la sua storia di tradimenti, di doppie appartenenze, di delusioni, di rabbie, di colpe, di difficoltà…
Se invece lo mettiamo in adozione il bambino adottato si porta dietro il trauma dell’abbandono, la fantasia di chi sia la sua mamma, la paura che se i servizi non abbiano aiutato la madre, la convinzione di non essere amabile.
Se non c’è la cosa giusta da fare io credo che possiamo abbassare le accuse e provare a creare dei legami tra operatori per vedere in che modo possiamo accogliere la sofferenza di un bambino. Insieme possiamo chiederci: cosa possiamo costruire al meglio in quel momento?
Guardate sottolineo che meglio possiamo costruire in quel momento poiché poi la vita scorre e le cose cambiano in continuazione.
Cambia lo stato dei servizi, cambiano gli assistenti sociali, cambiano le reti, cambiano le risorse a disposizione e cambiano anche le famiglie e i loro piccolini.

Penso agli operatori soli persi per le montagne, o per le colline del territorio o nelle isole più sperdute, chiaramente quanto faticano a poter sentire che hanno una rete intorno.
Possiamo però anche immaginare che se possiamo superare le solitudini geografiche o delle architetture istituzionali poi è davvero una risorsa essere in tanti? Alle volte essere in troppi, e tutti che vogliono avere ragione, blocca i processi.
Dobbiamo riconoscerlo.
Sapendolo possiamo farcene carico.
La fatica è quella di uscire dal proprio narcisismo, dal ripetuto – ho ragione io- – so cosa andrebbe fatto -, – so cosa dovresti fare tu perché io facessi un bel progetto- – devi fare questo perché il mio intervento funzioni -, accettando l’ipotesi che possiamo fare delle scelte approssimative. E poi farle con molta tranquillità.
La nostra responsabilità è vedere la conseguenza di quelle scelte.
La nostra affidabilità sta nell’analisi delle conseguenze.
Nessuno all’inizio sa se un bambino sta meglio in una comunità mamma e bambino o da solo o in affido o in comunità.
Tutti sappiamo che questa scelta non deve essere solo burocratica.
Decidiamo troppo facilmente per una collocazione insieme di mamma e bambino perché così ci recitano i decreti. Ma c’è il pericolo che la mamma sia troppo sottoposta alla pressione di occuparsi del bambino e se è una mamma troppo bambina non ce la fa a reggere la pressione di accudire un bambino piccolo.
E quindi ogni volta è necessario che un operatore si interroghi su cosa sia meglio per quella mamma e per quel bambino. Bisogna sottoporre a ripetuta analisi cosa sia più opportuno per quel sistema familiare. E’ utile chiedersi cosa si possa offrire per tutelare uno specifico bambino. E’ opportuno valutare quale sia l’ambiente relazionale più ricco che si possa offrirgli.
Bisogna cercare cosa si possa offrirgli di più sicuro, più stabile, più capace di non odiare la sua mamma!
Lo dico così chiaro chiaro.
La questione più dannosa riguarda il credere che quella mamma nigeriana è così brutta, sporca e nera che se questo povero bambino lo tenessi io diventerebbe bello e diventerebbe quasi bianco.
Non è così?
Lo dico un po’ ironicamente, ma capite tutti cosa voglio dire.
Nella decione di dove collocare il piccolino va sempre valutata la capacità che ha un ambiente umano di tenere dentro il bambino con le sue relazioni. Questo è riparativo.
Perché anche se andrà in adozione, scelta estrema, quel bambino andrà con la capacità di sentire che qualcuno è stato in grado di voler bene a lui con la sua mamma.
Il bambino amato con le sue relazioni si porta dentro un buon patrimonio anche se inconscio.
Patrimonio che costituisce un fattore di sicurezza dell’essere stato amato.
Patrimonio che lo ripara dal doversi schierare a destra o a sinistra.
Chiedere schieramenti è il danno più grande che possiamo fare. Allora tranquilli non c’è la scelta giusta, c’è la scelta che possiamo fare affinché il bambino non venga danneggiato.
Quello che dobbiamo assicurare è osservare le conseguenze delle nostre scelte.
Lo mettiamo in comunità e andiamo a vedere come sta. Parliamo con gli operatori, giochiamo con il piccino, costruiamo con gli educatori un sistema di comprensione dei sintomi e segnali del bambino.
Non interpretiamo in maniera erronea il fatto che il bambino chiama dopo tre giorni la signorina della comunità mamma.
Il bambino ha bisogno di attaccamenti, chiama mamma gli attaccamenti.
Non significa che non gli interessa più niente della sua mamma.
Non dobbiamo accontentarci di semplificazioni. Dobbiamo tenere la complessità. Dobbiamo occuparci delle conseguenze.
Io credo che se noi riusciamo a fare questo garantiamo molte chance importanti ai bambini. E, prima di tutte, quella di incontrare operatori che non hanno troppa onnipotenza. Onnipotenza che riguarda la certezza di cosa si può fare per loro.

Siamo i biografi dei bambini che incontriamo.
Ci è richiesto di costruire nella nostra mente la loro storia. E lo si può fare dando delle tinteggiature più importanti ad alcuni eventi rispetto ad altri, uscendo dall’oggettività, per dare più valore al filo che connette gli eventi stessi.
Le biografie non sono la cronaca quotidiana di cosa ha fatto quel bambino, non sono neanche qualcosa di che si presuppone di aver rilevato in quanto avvenuto fuori della relazione con noi. Sono l’intreccio tra narratore e scene di vita.
Sappiamo che il campo osservato viene in qualche modo ad essere segnato dall’osservatore.
Allora non esiste qualcosa che avviene al di fuori della relazione, esiste la possibilità di regalare una storia a queste famiglie. Regalare perché non si può pagare questo tempo, non si può pagare questo movimento emotivo. Non si può nemmeno insegnare del tutto a costruire biografie.
Lo si impara costruendo la propria biografia.
Riconnettere i pezzi della propria storia, compreso del perché si è arrivati ad occuparsi di questi bambini soli e di queste famiglie a disagio.
Fino ad arrivare alle biografie dei servizi.
Se non si ha una mappa dei servizi e dei movimenti delle istituzioni si fa fatica a capire in quale sistema di competenza è inserito oggi un bambino.
Come le linee guida ci chiedono.
Ma sembrerebbe che c’è una deriva verso il possesso e il potere.
Me ne assumo la mia responsabilità: attenzione alle prassi burocratiche!
E’ vero la Regione deve darci delle linee perché senza contenitore non c’è pensiero, ma le linee non devono essere usate in chiave burocratica perché la burocrazia è una difesa, non è una possibilità di sviluppare creativamente un pensiero.
Qualche volta bisogna essere disposti a trasgredire le linee guida che non significa fare quello che si vuole, questa è anarchia, ma significa assumersi la responsabilità anche di divergenze per provare ad assumere il compito prima che la prassi burocratica.
Certo i servizi devono essere molto orientati sul compito, cioè sulla loro finalità.
Per questo mi pare che raccogliere queste storie, i frammenti di queste storie, e creare un tessuto connettivo, una colla, che unisca questi pezzi di storia dei bambini, sia un’azione di grande valore. Se i frammenti rimangono depositati nella mente di un operatore, se rimangono patrimonio di una istituzione, non permettono la costruzione di una carta d’identità che dia la possibilità a un bambino di esistere in quanto persona.
Nessuno esiste senza una storia.
Anche la nostra ipotesi di lavorare su progetti che permettono il massimo della tutela e della protezione dei bambini della nostra regione deve diventare un occhio che va oltre il pezzo che ognuno vede. E penso alle comunità, alle famiglie solidali, alla rete dei servizi, alle persone che incontrano le reiterate storie croniche di certe realtà familiari. Tutti ne conoscono un pezzo, ma che i copioni si ripetono perché non si vede l’insieme.
Delle volte dobbiamo lavorare per una riparazione che sarà di generazione in generazione la possibilità di emanciparsi da una storia di sofferenze, di disagio, di perdita di significato della vita.
Qualche volta dobbiamo accettare che questi bambini sono un po’ più difettati, ma magari gli abbiamo dato delle risorse perché la generazione dopo possa avvantaggiarsi delle cure che loro hanno ricevuto. Poiché nessuno può dare quello che non ha ricevuto, quindi le cure, le attenzioni, il pensiero, l’affettività, il contenimento sono quelle cose che delle volte abbiamo la necessità di offrire anche in un’ipotesi che magari non risolverà la storia di quel bambino che tornerà a casa da una madre ancora immatura, da un padre più o meno presente, dai dei nonni poco solleciti perché o invadenti e invischianti o sideralmente lontani. Nonni che dicono – perché non ce lo danno a noi – oppure – se l’è fatto e si arrangi – .
Dobbiamo accettare che questi bambini dopo un’esperienza di separazione, cioè di tentativo di rompere la confusività dei ruoli tra figli e genitori abbiano ancora delle difficoltà.
Con la separazione cerchiamo – e solo cerchiamo – di rompere l’indifferenziazione generazionale tra i grandi e i piccoli. Dobbiamo accettare il rischio che questa generazione, questi bambini, pur piccoli, portino già un grande fardello. Possano però acquisire, grazie anche a momenti di separazione (uso molto la parola separazione perché per me è una separazione per permettere una individuazione – e non è un allontanamento perché io non so da cosa si allontanano i bambini, non l’ho ancora capito) possano diventare persone che si sentono intere.
Allora i bambini li separo perché possano individuarsi.
Ma affinché questo avvenga i genitori bambini e i loro piccini devono mantenere la possibilità di rappresentarsi reciprocamente.
Vedo allora la necessità di un mantenimento della relazione che non significa sempre tornare a casa, ma delle volte può voler dire tornare a casa rafforzati dall’esperienza relazionale vissuta altrove, altre volte vuol dire invece studiare quale è la possibilità di esposizione di quel bambino alle sue relazioni familiari, delle volte può anche voler dire per un periodo torna a casa ma poi quando il bambino facciamo va a scuola, di nuovo ha bisogno di una separazione, poi ritorna a casa, poi il bambino entra in adolescenza forse ha bisogno di un’altra separazione… Ci sono infatti dei momenti topici che hanno a che fare con il processo d’individuazione proprio che possono essere più difficili in situazioni di disagio familiare.
Questo sappiamo che ai bambini non fa proprio bene, certo, ma non sappiamo neanche se gli fa bene andare in adozione. Non lo sappiamo. Sappiamo che facciamo questa operazione di continuare a seguirne l’evoluzione intervenendo nei momenti di crisi. Vorrei sottolineare non continuare ad occuparsi di un bambino per molti anni non è un fallimento, è una chance. Non penso che siamo di fronte ad un fallimento quando un bambino collocato prima da solo in una struttura accogliente, affettiva e soprattutto ordinata (- sono di vecchio stampo – ma per me è così ci deve essere ordine, perché il bambino allontanato dal padre, dalla madre, spesso esce da una situazione di confusione propria e dei servizi) ha poi bisogno di essere collocato in un’altra situazione che lo tenga fuori casa.
Quindi per me è solo necessario tenere in ordine i passaggi per capire sempre a quali relazioni quello specifico bambino è in grado di essere esposto. Quello specifico bambino in quello specifico momento della sua vita.
Perché i bambini sono come i nostri figli che li alleviamo tutti in modo simile, siamo dediti e attenti, però uno va a scuola spavaldo, l’altro va impaurito e piange.
Ogni bambino porta a sua volta un cestino. Non esiste il bambino, esiste la risorsa che ogni bambino porta dentro di sé. Risorsa che noi possiamo misurare per comprendere la quantità di rischio che può sopportare. Come sa soffrire, come fa fronte all’esposizione a momenti di vicinanza e lontananza dalle sue figure parentali, come reagisce all’ignoto, al nuovo, al diverso…
Se è un bambino che succhia tanto latte quando va in una comunità accogliente succhia tutto il latte possibile ed è dopo pronto per andare un altro po’ a casa.
Non ho quindi l’idea che ci sia una risposta migliore di un’altra, perché penso che ogni bambino è diverso e con delle sue peculiarità.
Penso che a noi spetti non sentirsi falliti se lo mettiamo in comunità e poi invece passa ad un affido e poi passa ad un’altra comunità. Magari tornando ogni tanto a casa per poter mantenere le relazione familiari, confrontarsi con la realtà, tenere i piedi per terra.
Questo è molto legato all’osservazione di quel bambino e delle sue capacità di approfittare delle relazioni.
Non tutti ne approfittiamo. Non per lo meno allo stesso modo.
Anche gli operatori quando fanno formazione sono diversi. Ci sono gli operatori che mangiano, che ne approfittano cioè tanto, ce ne sono altri che faticano a mettersi a ciucciare, alcuni che sono guardinghi per vedere se gli diamo del latte buono o del latte che non è così tanto buono, alcuni non si attaccano mai e vogliono essere autosufficienti da subito…
Ognuno di noi ha delle modalità per approfittare per prendere dall’altro, per custodire quanto ricevuto, per imparare.
Credo che questa sia la valutazione possibile. La diagnosi individuale della capacità di apprendimento dall’esperienza.
A noi è chiesta la capacità di sopportare la sofferenza a cui questi bambini sono esposti. Sapendo tollerare che le madri fanno le madri – per madre intendo l’ambiente materno compresi i padri – in maniera approssimativa. Sapendo che ci sono dei punti dove noi vediamo che i bambini cadono nella confusione familiare.
Bambini disorientati che non capiscono la sequenza degli eventi.
Bambini indifferenziati che si attaccano a qualsiasi persona che incontrano.
Bambini evitanti e piangenti che non danno la manina a nessuno.
Bambini che girano le spalle e non buttano mai le braccia addosso.
Questi atteggiamenti aiutano a capire se stiamo dando a quel bambino quella relazione, quella possibilità di attaccamento, quella sicurezza, che ci sarà sempre qualcuno che si occuperà di loro o se si sentono cadere nel buio del baratro vuoto dove non c’è nessuno.
Accettando il limite che alcuni pezzi di strada li fanno con noi dei servizi ed alcuni li fanno a casa.
La rete dei servizi diventa fondamentale per guardare senza confondersi o confondere i propri desideri con la realtà.
Il fatto che ci siano più persone che conoscono questo bambino è allora cruciale.
Nel momento in cui dobbiamo andare a decidere che vogliamo che la storia di cui lui è portatore da più generazioni, non debba continuare in una continuità diciamo il cognome, ma deve interrompersi ed andare a prendere un nuovo cognome, quindi deve diventare un’altra storia. L’adozione è questo. E’ l’inizio di un’altra storia che ha che fare con un prima e un dopo per sempre.
I bambini lo dicono alle colleghe dell’adozione prima e dopo, lo dicono in tanti modi, ma c’è un prima e un dopo.
Sicuramente c’è qualche bambino che deve affrontare questo prima e dopo.
Ma la discontinuità che questo crea non è priva di dolore.
Noi dobbiamo sentirlo.
Alle volte però è l’unica possibilità che possiamo dargli perché quel dopo permetta una storia che contenga nuove speranze.
La parola che possiamo usare per i nostri bambini è rinnovare il senso della speranza.
La speranza che possano fare incontri buoni, edificanti.
La speranza che possano fare degli incontri nella comunità, nelle famiglie affidatarie, nelle famiglie d’origine, ma anche per pezzetti di mamma, per pezzetti di papà, per pezzetti di operatore che permettano loro di imparare a sentire la bellezza delle relazioni, dei rapporti, della conoscenza.
La possibilità di sentire che qualcuno è lì per te dona speranza.
Cosa di cui abbiamo sempre nostalgia e ci pare che non basti mai.

A me pare che andiamo via tutti con quest’idea che non dobbiamo rimanere da soli a costruire questi progetti e che la rete, il gruppo di lavoro, l’équipe sono il luogo dove possiamo narrare i nostri casi per ricomporli nella nostra mente.
Però sappiamo anche che la rete è anche il luogo del deposito per le parti più “matte” della famiglia.
Nel gruppo di lavoro assorbiamo gli elementi disfunzionali della famiglia.
Quando incontro i diversi servizi per la formazione o la supervisone cerco di rendere visibile questo deposito perché anche la famiglia dei servizi non si ammali.
Se le équipe si ammalano non riescono a portare avanti i progetti per i bambini di cui dovrebbero occuparsi perché devono cercare sollievo al loro dolore.
Che i gruppi siano luoghi di pensiero e non di accanimento mortifero è dunque il mio augurio a tutti voi affinché questa possibilità creativa vi renda possibile lavorare per i bambini che hanno bisogno di voi.

Paola Scalari

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