generale
Regole e Regolarità
07/03/2014
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Cercare il limite e rimettersi in gioco

Il tema delle regole mi è molto caro ed è un argomento sul quale ho riflettuto a lungo e scritto molto.
Per me è fondamentale che l’educatore fornisca ai bambini e ai ragazzi le regole del gioco esistenziale, perché solo questa trasmissione intergenerazionale consente ai piccoli di trovare un senso nella vita.
Giochi e regole, richiamati nel titolo della settimana formativa MCE, sono citati al plurale, perché non esistono né gioco né regola se non dentro a una relazione.
Infatti, la possibilità di introiettare il senso della regola e la possibilità di rimettere in gioco se stessi non si formano se non c’è qualcuna che accompagna in questo cammino. Quindi nessuno impara il valore della regola se non c’è chi glielo trasmette dentro a una appassionante relazione.
” termine «relazione» viene però spesso pensato in termini duali vedendo solo due poli: io e l’altro. lo penso invece che il concetto di relazione sia plurale e questo perché alla sua base c’è una forma triangolare. È infatti il triangolo relazionale che pone la base della possibilità di rapportarsi e quindi di giocare.
Proverò a descrivere questa forma geometrica nell’ambito in cui prende il via, cioè la famiglia. Ogni bambino nasce da un padre e da una madre. Quindi è terzo, cioè il frutto di una relazione di coppia.
Il processo di crescita del bambino segue la stessa regola della triangolarità. Esso è positivo laddove la relazione tra la madre e il padre è forte, è sentita, è presente e riesce a mantenere una barriera che impedisce al figlio di andare a occupare il posto di uno dei suoi genitori.
Nella coppia educativa professionale il terzo è il compito, l’obiettivo, la finalità per cui si è in relazione con il bambino. Dunque un insegnante si «sposa» con il suo agire formativo e poi incontra l’allievo. La tenuta del compito inoltre è spesso supportata da partner di lavoro, da appartenenze a modelli di insegnamento, dal’adesione a un fare educativo come quello del Mce. Senza un
legame professionale forte non c’è la possibilità di dare positivi saperi all’alunno poiché si rischia di perdere il senso della relazione. Questo legame naturale nella famiglia e questo vincolo forte nell’ambito professionale costituiscono una barriera generazionale. Ed è questa barriera tra genitori e prole, tra adulti e bambini che trasmette la regola di base: che i grandi stanno da una parte e i piccoli dall’altra.
Se c’è questa regola si regola rizzano tutti i comportamenti dei bambini. Essa sta alla base dell’agire educativo, è il presupposto per
far evolvere figli e alunni, mette in moto il sentimento dell’appartenere e dell’essere esclusi che sta alla base di ogni gioco.
Questa regola e tutte quelle che da essa derivano consentono, una volta accettate, di giocare la propria vita creativamente e di rimettersi in gioco continuamente, anche dopo delle sconfitte. Questa regola base nella nostra società sta però venendo meno proprio perché si sta affievolendo la relazione sul segmento della coppia parentale. Non tanto perché la famiglia è in crisi e regge poco, quanto perché oggi gli adulti, ma soprattutto gli uomini, hanno scoperto il piacere della relazione con il bambino, e ciascun membro della coppia tende a stabilire una relazione esclusiva con il figlio. Questo piacere che deriva dall’occuparsi del neonato bisognoso e che perdura attraverso il piacere che dà il bambino dipendente va assottigliando sempre più il piacere libidico ed erotico all’interno della coppia coniugale.
Questo è solo uno spunto, qui non vado oltre, ma occorre ricordare che dobbiamo parlare di questo triangolo per poterci rimettere in gioco nella vita.
Spitz dimostra come i bambini ospedalizzati, non stimolati attraverso il gioco, cadano in una depressione anaclitica, fino a perdere il desiderio di vivere. Senza relazione non c’è gioco e senza gioco non c’è vita.
Tuttavia arrivare alla capacità di rispettare le regole e saper giocare da soli sono punti di arrivo e non punti di partenza. Voglio dire che ai genitori e agli educatori resta da fare un grande lavoro per trasmettere la capacità di stare dentro alle regole. E che non devono aspettarsi di vedere immediati risultati.
I genitori, in particolare, quando dicono ai figli cosa fare, si aspettano che essi attuino immediatamente le indicazioni date. Ma le cose non vanno così.
Ciò non significa che i bambini saranno sempre disobbedienti, dico solo che il lavoro è completo unicamente alla fine del processo educativo. All’educatore spetta il compito di non stancarsi di dire e ridire le regole, senza tuttavia stupirsi se i bambini trasgrediscono, se i ragazzi sono ribelli, se gli alunni sono cocciuti, se gli scolari sono indisciplinati …
A ognuno il suo mestiere. Ai bambini cercare dov’è il limite e agli adulti rimettere dentro al binario della norma che implica la rinuncia della coincidenza tra desiderio e realtà. Ma di questa non coincidenza gli adulti non possono essere solo assertori. Devono invece testimoniare la loro capacità di accettare la frustrazione della realtà e sapervi far fronte rimettendosi in gioco.
Trasgredire è il mestiere dei bambini mentre quello degli educatori è mostrar loro come si può vivere rispettando le regole. È un lavoro arduo, anche ripetitivo, ma alla fine del cammino il premio per il piccolo è quello di saper giocare da solo (o vivere in relazione con se stesso) e per l’educatore vedere che quanto ha trasmesso è divenuto patrimonio dell’altro.
E ogni giovane, a questo punto, può vivere rispettando o cambiando le regole della società. Ma sicuramente può vivere sapendo la «grammatica» della vita che sta alla base di ogni nuova creazione della stessa. Potrà dunque crearsi il «suo» mondo senza uscire dal binario della logica. Le regole all’inizio del percorso evolutivo sono esterne al bambino, veicolate dalla relazione con la madre e il padre e con gli educatori. Solo
alla fine del percorso evolutivo le regole diventano interne. E allora, e solo allora, anche se non c’è nessuno che dica cosa fare, si riesce a orientarsi da soli.
Educatori e genitori stanno, alla fine del processo di crescita, nella nostra mente e noi possiamo dialogare internamente con loro, arrivando al pensiero autonomo e quindi a inventare modi di giocare.
Cosa significa giocare?
Stiamo usando la parola «gioco» nel senso dello spazio simbolico dove nasce qualcosa che non c’era prima.
Per un bambino piccolo gioco significa fondamentalmente gioco corporeo. Egli gioca quando riceve le carezze della mamma, quando viene lavato e tenuto tra le braccia, quando fa la cacca e la pipì, quando succhia e mangia. Tutte le sue sensazioni passano infatti attraverso il corpo e sono frutto di un gioco interattivo e relazionale con la madre (o con il padre, o comunque con le figure che gli stanno accanto con compiti di tipo materno). Tuttavia il corpo infantile deve essere accudito in maniera appropriata, rispettando il confine segnato dalla pelle. Spesso, purtroppo, molti adulti tentano di immettere nel corpo, e nella mente del bambino, i loro contenuti, i loro desideri, oltrepassando cioè quel confine. Essi tendono a non vedere il bambino reale, presi come sono dall’idea del bambino ideale.
Se, come normalmente accade, il confine viene invece rispettato, il bambino si sviluppa senza tante coliche, con meno rigurgiti, non gli viene l’asma, né si riempie di allergie. La madre deve dunque rispettare sempre il confine che la separa da suo figlio, così come le funzioni di accudimento di un educatore non devono oltrepassare il confine che differenzia l’adulto dal bambino.
Se tutto questo funziona, il bambino raggiunge la capacità di giocare simbolicamente con gli oggetti, con le immagini e con i propri pensieri: con le sedie può creare un treni no; con le pentole e i mestoli può suonare la batteria. Sono atti con i quali egli attribuisce nuovi significati agli oggetti, inventa cioè nuovi giochi.
Nella preadolescenza il gioco diventa più complesso: rimane la forma del gioco con il corpo e con gli oggetti, ma ad essi si aggiunge il gioco con la parola. È il risultato della scoperta, affascinante e impareggiabile, che l’adolescente fa, di avere delle proprie idee, da confrontare nel gruppo dei pari; di possedere dei pensieri propri coi quali può immaginare nuovi mondi.
Nell’età adulta egli potrà portare a termine questo processo evolutivo, ovvero continuare a giocare: che significa fondamentalmente non lasciarsi atterrire dal confine, dalla norma, dal limite, dalla frustrazione, dal no …. Anzi significa proprio riuscire a vedere come dal limite provengano le possibilità di dar vita a nuove prospettive. E, a partire dal limite, dar vita ad atti creativi è scoprire il senso della vita.
Offrire alle future generazioni la capacità di giocare dentro le regole vuoi dire, secondo me, offrire loro un antidoto alla depressione.
Alcuni studi ci dicono che molti bambini di oggi, nelle società del benessere, sono piccoli depressi. Spesso vengono dati degli allarmi sociali che descrivono dei piccoli sempre più disobbedienti. In realtà, dietro la sovraeccitazione che sembra uscire da ogni controllo, si nasconde la depressione.
Se comprendiamo che c’è una generazione di ragazzi svuotati, che non riesce a trovare il senso della vita, possiamo chiederci: «Come prendersi cura del sentimento di morte che li attanaglia e che li fa essere irrequieti? Come aiutarli a sentirsi vivi e a comunicare agli altri la loro esistenza, la loro vitalità?».
Se l’irrequietezza è l’unico modo che i piccoli hanno di sentirsi vivi, c’è un modo per prendersi cura del loro sconforto? Penso che il modo sia quello di dare loro spazi per poter giocare.
Il gioco mette in moto la creatività che aiuta a dare senso a se stessi e al proprio esistere. E la scoperta che si può sempre giocare aiuta ad alzarsi la mattina. Un grande regalo che gli educatori possono fare alla generazione futura è quello di dare nuove prospettive e nuovi significati a una vita che sta perdendo i propri orizzonti giocosi.
La complessa società del benessere e dell’opulenza occidentale rischia di annichilire i bambini, di schiacciarli. I piccoli possono arrivare a credere che avere sia l’antidoto al senso di vuoto. In realtà avere non riempie mai abbastanza. Rimane sempre una sensazione di mancanza poiché c’è sempre qualcosa di desiderabile che non si ha. È allora il riempire il vuoto di pensieri creativi e giocosi, cioè capaci di dare vita a ciò che non c’è, che riempie l’angoscia del nulla. ” vuoto, la mancanza, la perdita si riempiono con il pensiero e il pensiero per il bambino si chiama gioco.
Se non c’è chi insegna tutto questo, non tutti ce la fanno a raggiungere la grande flessibilità che è richiesta per apprendere e imparare ad apprendere. Non tutti hanno strumenti, occasioni, aiuti, famiglie in grado di fornire una strumentazione culturale che permetta loro di affrontare le continue trasformazioni sociali e gli epocali cambiamenti della vita. Per un apprendimento continuo ci vuole un «muscolo mentale» altamente allenato. Sono gli educatori che possono allenarlo.
In altre parole la capacità di provare, dentro i limiti (dentro al foglio il disegno, con quattro legni il trenino, sulla parete della stanza il murale, ecc.), a creare qualcosa di nuovo è un allenamento per la vita. Esistenza durante la quale il bambino dovrà fare i conti con la regola fondamentale della vita stessa che è la morte. La vita infatti non avrebbe senso se non ci fosse una fine, una normale realtà che ci dice che tutti arriviamo a quel capolinea.
Allora, se tutti dobbiamo arrivare a quella fine, perché dovremmo vivere?
La forza di sopportare l’idea della morte ci può essere data solo conoscendo il piacere della creatività. Questa creatività possiamo chiamarla fecondità. Essa nasce dall’incontro tra due pensieri, persone, ambiti che prima erano disuniti, mette in relazione stretta ciò che prima non lo era; essa, congiungendo ciò che è diverso, fa nascere qualcosa di nuovo. E questa nascita provoca piacere. E il provare piacere permette di sopportare la finitezza della vita. Eros vince così su Thanatos.
E si è quindi fecondi facendo figli, producendo cultura, scrivendo libri, investendo nella professionalità oppure dedicandosi all’educazione.
Quest’ultimo è per me uno dei mestieri più fecondi, perché, mantenendoci continuamente in relazione, ci chiama a imparare, a conoscere l’altro e noi stessi. Per questo è paragonabile a una terapia. Insegnare richiede continuamente di rimettersi in gioco, rivedersi, rimettersi in discussione, ricomprendersi. In questo modo si cerca di dare un senso a se stessi e agli altri.
Questi sono alcuni spunti di riflessione: avrete modo di tessere altri pensieri.
Vi suggerisco queste domande: come possiamo aiutare a dare un senso alla vita in una società che è basata sul celare la morte, che vive di una cultura che è centrata sul mito dell’eterna giovinezza, sul canone estetico de II’ apparenza esterna, tanto da pensare che il naturale invecchiamento sia disdicevole? Come possiamo dare senso all’esistenza se ci troviamo di fronte al fatto che tutti i posti del potere sono sempre occupati dagli stessi individui e non possiamo contribuire a immaginare nuove realtà sociali, scolastiche, educative?
La nostra generazione ha fatto grandi sforzi per andare a occupare tutti i posti di lavoro che un tempo erano appannaggio di pochi. Ora anche noi siamo chiamati a renderne conto a coloro ai quali dobbiamo passare il testimone. E anche se la salute oggi ci permette vite lunghe, non dobbiamo tenere i posti tutti per noi. Dobbiamo generare incontri fecondi con le nuove generazioni a cui dobbiamo lasciare un po’ di posto.

Come si sviluppa la creatività

La creatività viene dalla mancanza. I nostri bambini fanno fatica a ritrovare il piacere del gioco perché la sovrabbondanza di stimoli, di materiali, di proposte rischia di non lasciare alcun vuoto. E senza assenza non c’è atto creativo. Fare una buona cena con uova, burro e spinaci richiede una certa creatività: ma è da quel limite che nasce una gustosa omelette, che si crea cioè – con passione e inventiva – un piatto speciale che è qualcosa di più della somma degli ingredienti.
Tradotto nel mondo scolastico, appare necessario svuotare un po’ i contesti di apprendimento. Bisogna lavorare sull’assenza per dare spazio all’inventiva.
A volte la nostra ansia di non dare abbastanza assomiglia a quella dei genitori che, pur di tenere legati a sé i propri figli, sono disposti a comprargli di tutto. Mi vengono in mente quelle figure parentali che rimpinzano i propri piccoli di ogni cosa, fino a condurli all’obesità. Credo che sotto questa ansia di dare, dare, dare ci sia la paura di non essere amati abbastanza, il timore di non sentirsi confermati come individui capaci, il terrore di non valere.
Nella scuola accade qualcosa di simile quando gli insegnanti riempiono gli alunni di schede, di progetti, di nozioni, di ogni cosa …
Direi che occorre rifare un po’ di vuoto, e quel vuoto tornerei a riempirlo con l’arte dell’affabulazione.
Raccontare aiuta a immaginare, non dà oggetti predefiniti, ma consente a ognuno di crearsi la propria storia. Ridare valore alla narrazione significa rimettere al centro dell’azione educativa la parola, una sequenza di simboli capaci di comporre significati.
La strutturazione della scrittura, le regole della costruzione linguistica compongono un universo ordinato di significati e danno il ritmo della regolarità. Attraverso le regole del linguaggio possono trovare espressione i pensieri, il caos emotivo può diventare comprensibile, comunicativo; attraverso la sequenza linguistica trovano
composizione i pensieri, essi si adattano alla regola del prima e del dopo.
Ridando valore alla parola ridiamo valore alla radice linguistica che ci ha permesso di mettere dentro di noi il mondo.
Pensiamo ai bambini che vengono da lontano: essi sono stati sradicati dalla loro lingua madre, quindi dal contenitore fondamentale. Ad essi noi offriamo degli spazi di apprendimento della nostra lingua, attraverso il racconto produciamo un tentativo di nuova alfabetizzazione, ma dobbiamo anche pensare che, ogniqualvolta i bambini stranieri non riescono a evolvere nel processo di apprendimento, c’è qualcosa che glielo impedisce legato alla lingua madre. Quindi dobbiamo cercare di sbloccare il processo attraverso dei mediatori linguistico-culturali in grado di avvicinarsi ad essi con la loro lingua. Non è solo una questione tecnica, è una questione di cuore: la loro mamma è quella determinata lingua e ad essa debbono poter fare ricorso quando ne hanno bisogno.
Il sentimento di perdita è all’origine anche di un’altra importante regola: quella che ci fa riconoscere la separatezza. Ogni individuo è separato dall’altro. Ogni individuo non può considerare l’altro un suo prolungamento. Ogni individuo è unico e originale. L’apprendimento delle regole comportamentali infatti viene dalIa capacità di accettare che l’altro è altro proprio perché è autonomo nel suo volere. La rinuncia al desiderio di possedere l’altro e il riconoscere che, se l’altro è altro non può fare ciò che io voglio, insegna a relazionarsi.
È solo da individui ben separati che nasce la fecondità. È solamente dall’unione di soggetti diversi che nasce qualcosa di nuovo.
È accettando l’alterità che si può amare.
Non so quale mondo lasceremo alle future generazioni, ma so che a noi educatori spetta il compito di trasmettere l’accettazione della separazione, che diventa accettazione della solitudine e che solo dal silenzio interiore nasce il gioco che dà vita a nuove idee.
Saper stare da soli con i propri pensieri è una capacità che consente di attraversare la vita senza venire annichiliti dal vuoto esistenziale. E per riparare a questo non senso della vita non ci resta che cercare l’altro. La salvezza viene dal saper interagire con gli altri. Per non essere soli nella professione e per poter lavorare in solitudine quando siamo in classe.

Paola Scalari
per Cooperazione Educativa

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